
BACH Preludi e Fuga dal Clavicembalo ben temperato in Re maggiore BWV 874, in Sol minore BWV 861, in Sol maggiore BWV 884, in Si bemolle minore BWV 891 SCHUMANN Kreisleriana GRIEG antologia dai Pezzi lirici (Canto nazionale, Canzone della culla, Farfalla, Elegia, Melodia, Uccellino, Ruscello, Nostalgia, Valse impromptu, Minuetto della nonna, Giornate svanite, Sera d’estate, Scherzo, Viaggiatore solitario, Notturno, Puck) pianoforte Mikhail Pletnev
Udine, Teatro nuovo Giovanni da Udine, 20 gennaio 2025
L’evoluzione di Mikhail Pletnev negli ultimi dieci anni ha intensificato una crescente concentrazione tecnico-espressiva verso un ermetismo contemplativo dalle tinte chiaroscurali. Nella scenografia di un palcoscenico sotto una luce fioca si assiste a una ritualità del suono che trascende il virtuosismo in senso più tradizionale. Pletnev è ormai giunto a un tale dominio del tasto e delle sue possibilità comunicative che i concetti di legato e staccato, di tempo e dinamica si proiettano in un’entità totalizzante dove tutto converge univocamente, si materializzano di volta in volta nell’autore o nel brano in un corpo unico non più scomponibile. Sezionare e distinguere le caratteristiche tecniche di un’esecuzione di Pletnev è ormai banale e superficiale, siamo oltre.
La scelta insolita di avviare il proprio recital con quattro preludi e fughe dal monumentale Clavicembalo ben temperato di Bach fissa principi assoluti di identità musicale: virtuosismo è anche saper pensare, realizzare e affrontare il dilemma sempre attuale sul Settecento, e su Bach, al pianoforte. Il suono si fa piccolo, concentratissimo, mai enfatico, di capillare precisione timbrica, muovendo il contrappunto in ambiti crepuscolari attraverso un dialogo con l’Io, cogliendo sprazzi di andamenti concertanti, di voci interne che protrudono nell’aria come echi lontani, lungo un’attenzione costante e vigile al percorso armonico e al suo sviluppo. Con Pletnev regnano in Bach la linea e le sue diramazioni, secondo l’antica lezione di Telemann per cui «il canto è il fondamento della musica in tutte le cose. Chi coglie la composizione deve cantare nei suoi movimenti. Chiunque suoni uno strumento deve saper cantare». I preludi e fuga emergono come entità sonore in cui il contrappunto diventa il mezzo e non il fine: il preludio in sol maggiore è un’immensa vibrazione, icona di uno stato d’animo.
È palese che con Pletnev il punto di partenza abbia già alla base un dominio assoluto delle proprietà pianistiche e tecniche da cui muoversi per riplasmare la dialettica dei rapporti di suono e di frase, armonici e ritmici. L’incipit di Kreisleriana è un levare che sprigiona un immaginario come esploso da un elastico teso, muovendosi in un’enorme autoanalisi di recondite memorie, uno spazio-tempo armonico dove le dissonanze paiono evocazioni oniriche e le rapide figurazioni filigrane di ossessioni oscure. È lo Schumann che ci interroga in ogni battuta, dove vive una tensione perenne di inquietudini irrisolte. Pletnev la rielabora senza l’enfasi di pianisti contorti o arroccati in un manierismo esasperato ed esasperante per la complicata scrittura schumanniana, ma quasi sommessamente la deriva da Bach, sprofondando silenziosamente nel buio verso prospettive magiche, respiri su cui il pedale diventa un gigantesco pennello. Le dinamiche si muovono tendenzialmente dal mezzo piano in giù (ma come fa?), evocando persino una sensazione di pace interiore e accettazione serena, entro cui anche nel pianissimo più sottile veglia comunque la tensione, che vive nel recupero del significato dei silenzi, dei respiri soprattutto prima delle cadenze conclusive, vere attese verso l’ignoto.
Pletnev è anche maestro delle miniature, della concentrazione poetica, prediligendo collezioni di pezzi brevi, come per un precedente programma dedicato a Dvořák, recuperando con un’antologia di sedici brani dai Pezzi lirici l’amato Grieg registrato anni fa. Di Grieg sa restituirci tutta la grandezza della poetica del frammento e dello scavo interiore, sintesi linguistica che in pochi gesti ricrea scene di vita e grandi movimenti espressivi, un mondo pianistico troppo sottovalutato e dimenticato nei nostri repertori spesso ripetitivi e competitivi, per non dire misconosciuto. Sono istantanee e visioni, come “Nostalgia” o “Sera d’estate”, apparizioni sonore dove Pletnev cura amorevolmente il senso della forma, i rapporti fra frasi e strutture in un viaggio senza ridondanze, mostrandoci tutta la forza rappresentativa di Grieg. A volte le armonie e le loro riverberazioni sembrano muoversi come melodie segrete sottotraccia, interessanti quanto le linee principali, fra infiniti dettagli e la ricerca di un suono asciutto, quasi minimalista. Il cantabile si sospende immerso in stratificazioni timbriche, ma in questa serie di Pezzi lirici Pletnev sa anche intravedere sprazzi di luce e una rilettura complessiva che proietta Grieg nella modernità, sradicandolo da un riduttivo epigonismo romantico. I primi quattordici brani costruiscono infatti un percorso che converge nel celebre Notturno op. 54 n. 4, dove il cromatismo diventa con Pletnev davvero Wagner, immerso in una sorta di erotismo mistico, per poi diradarsi nelle premonizioni di un impressionismo debussiano. Anche i ritmi del folklore nordico si sublimano in movimenti proiettati nell’eternità, riportati a una dimensione primitiva nelle loro irregolarità metriche.
Lunghi applausi e ovazioni a cui Pletnev offre un fuoriprogramma ancora con Grieg, Carnevale da Scene di vita popolare op. 19 – una sua vecchia conoscenza – trasfigurato in un racconto da film muto, fra evocazioni lontane, nelle quali persino l’ornamentazione si fa narrazione e poesia. Solitario, Pletnev riscrive il già sentito, smonta ogni aspettativa, ricostruisce il rapporto di mediazione dell’artista tra ascoltatore e partitura, appeso in una dimensione senza tempo, immerso in un mondo ombroso colmo di interrogativi infiniti.
Mirko Schipilliti