Schubert e Bruckner: l’apoteosi viennese di Muti alla Scala

Foto: Silvia Lelli

SCHUBERT Sinfonia n. 4 in do minore D 417 “Tragica” BRUCKNER Sinfonia n. 7 in mi maggiore Wiener Philharmoniker, direttore Riccardo Muti

Milano, Teatro alla Scala, 25 febbraio 2025

Ognuno dei — purtroppo rari — ritorni di Riccardo Muti nel teatro che è stata la sua casa per vent’anni si traduce in trionfo di quelli che raramente riecheggiano in quella sala: a partire dal suo primo ingresso, il direttore napoletano viene investito dall’affetto di un pubblico che, a differenza di molti altri, non ha dimenticato quanto egli ha fatto per l’istituzione milanese. Tornare con i Wiener, e con un programma bellissimo e tutto incentrato sul repertorio austriaco, è poi stata una carta vincente: da sempre Muti sottolinea la filiazione ideale tra Schubert e Bruckner, sia a livello formale (specie con la “Grande”, modello delle sinfonie del compositore di Ansfelden) che di atmosfera, di carattere, di immersione panica nella natura. Questo vale certamente per i “terzi movimenti” delle rispettive sinfonie (Minuetti o Scherzi), in cui il ritmo di Ländler e una certa dimensione rustica sono alla base della scrittura, sia per il trattamento della frase musicale, della sua gestione, del suo sviluppo continuamente elaborato e in un certo senso ritardato, verso “divine lunghezze”. Negli anni ’80 i Wiener e Muti incisero una acclamatissima integrale delle sinfonie di Schubert (la Quarta uscì nel 1988) e la lettura che ne hanno data ieri è certamente inquadrata nelle medesime linee guida, ma con tante, evidenti novità: l’impianto di base è una sorta di “robustezza” della condotta strumentale ed espressiva (astenersi, cultori di uno Schubert languido ed emaciato!) che, partendo dall’incipit cherubinian-spontiniano (ben noto a Muti), indaga nelle atmosfere tempestose del primo movimento (che trova le sue radici nei Don Giovanni di Mozart e Gluck, oltre che nella K 550) e si abbandona alle tenerezze intime dell’Andante, nel quale colpisce moltissimo (oltre al colore inimitabile trovato dai Wiener, con portamenti quasi inavvertibili), il Trio del Minuetto, ripensato battuta per battuta, con un gioco d’accenti insieme vivace e rustico, ed una libertà agogica che sembra (sembra!) improvvisata. Piccoli dettagli, una Stimmung aerea e serena, elementi che nell’incisione del 1988 erano meno evidenti: così come l’Allegro finale, affrontato a un tempo piuttosto vivace ma chiarissimo nell’articolazione dei dettagli, celava dietro l’apparente spensieratezza una sorta di inquietudine esistenziale. Come tutti i capolavori, anche la Quarta di Schubert può essere letta sotto diversi punti di vista: ma una volta scelto quello di Muti (perfettamente legittimo, e figlio di una tradizione interpretativa lunga e prestigiosa), i risultati dal punto di vista esecutivo sono stati semplicemente sbalorditivi (e solo l’acustica sorda della Scala non ha permesso la perfetta realizzazione di quel gioco d’eco tra archi e legni nel quarto movimento).

La stessa tenerezza, quasi uno stupore affascinato, si ritrovava nel modo in cui Muti ha sbalzato la solenne Settima di Bruckner che — per amore della statistica — aveva già diretto alla Scala nel giugno 2003 con la Filarmonica. La chiarezza delle linee, nello sviluppo dell’ampio complesso tritematico, è il punto di partenza di questa esecuzione, che grazie alla imperfettibile qualità strumentale dei Wiener, basata su un impasto timbrico mai eccessivamente scuro, evita quella solennità un po’ buona per tutte le occasioni, quella retorica trombona che è il rischio esiziale quando si suona Bruckner: il secondo tema del celebre Adagio (quello in Fa diesis maggiore) aveva una morbida nostalgia che davvero metteva in pratica il già citato legame con il mondo schubertiano, e lo stesso valeva per lo scattante incipit del quarto movimento, con quella frase (“Bewegt, doch nicht schnell”) dei primi violini provvista di un colore davvero inimitabile. Poi, certo, i grandi momenti colmi di retorica erano onorati e gestiti alla perfezione, con una tecnica direttoriale che ha pochissimi confronti al mondo e una “presenza” mentale e fisica che a quasi 84 anni ha dello sbalorditivo: si veda, a titolo di esempio, la gigantesca coda, con un crescendo impercettibile, del primo movimento, o il celebre Adagio, che raggiunge l’acme emotivo (con il discusso colpo di piatti, qui presente all’appello) in maniera del tutto naturale. Peccato che il programma di sala non specifichi quale versione della Settima sia stata usata: vero è che per questa sinfonia i problemi testuali sono molto minori rispetto ad altre partiture bruckneriane, ma non sono comunque inesistenti. Una lettura, quindi, di assoluta coerenza, di qualità strumentale sbalorditiva e dominata con un’intelligenza e una maturità non comuni (e, detto en passant, in circa un’ora e 8 minuti, un tempo piuttosto ridotto rispetto alla media): al termine della quale il trionfo è stato inevitabile. E dopo l’uragano di applausi, il Maestro Muti ha salutato il pubblico dicendo — condivisibilmente — che proporre un bis dopo tale monumento sinfonico sarebbe stata “una volgarità”.

Nicola Cattò

Data di pubblicazione: 26 Febbraio 2025

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